La retorica della “Guerra al Virus”

Ho sempre sostenuto che le parole sono importanti. Le parole sono la strada maestra per instaurare pensieri, che ripetuti diventano visioni del mondo, che a loro volta diventano azioni. Per questo la retorica della “guerra al virus”, sebbene comprensibile reazione alla paura che ci ha presi tutti e tutte, è sbagliata e pericolosa.

L’articolo che allego analizza alcune delle pericolose conseguenze che ne derivano senza meno:

Un’altra sub-retorica di #iorestoacasa è quella della guerra (che è stata interpretata nella sua forma eminente da Macron!). Questa retorica, che si declina nell’uso di espressioni quali “il fronte del virus”, “la trincea”, “i caduti”, “la battaglia” ecc., oltre a emanare un lezzo vagamente reazionario, è pericolosissima, perché reca con sé un notevole potenziale di disciplinamento e censura.
Se il personale sanitario è in guerra, allora lo status dei nostri medici e infermieri non è più quello del lavoratore, ma quello del soldato.
Il lavoratore costretto a prestare il proprio servizio in condizioni inadeguate può protestare, può denunciare, può criticare. Queste prerogative sono precluse al soldato. Il soldato in guerra opera per definizione in condizioni precarie, pericolose e all’interno di una struttura gerarchica che richiede obbedienza. Nella narrativa del soldato non c’è la protesta, se non nell’accezione assolutamente negativa della diserzione. Il soldato compie il suo percorso narrativo affrontando ogni condizione pur di adempiere al suo dovere, poiché deve divenire eroe (altro termine, non a caso, ultimamente assai abusato).

Ecco qui il link all’articolo

https://bitly.com/3bZp17L

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