Dalla didattica d’emergenza a…

Recentemente la mia amica Anna Pagnotta, un’altra Fisica che -al contrario del sottoscritto- insegna Matematica al Liceo, ha lanciato sulla sua pagina FB una bella provocazione:

A.A.A. CERCASI DIDATTICA A DISTANZA
Adesso siamo quasi agli sgoccioli dell’anno scolastico: travolti dagli eventi e con la paura – sempre – di non fare abbastanza o abbastanza bene, ci siamo fatti consolare da questo salvifico concetto, la didattica a distanza.
Ma seriamente, che cosa sarebbe questa didattica a distanza?

Mi piacerebbe davvero sentire l’opinione di colleghi e colleghe, ex studenti e genitori di studenti e studentesse, per capire come vengono a capo di quella che a me sembra solo una bella confezione di vendita.
Ho lavorato un sacco in questi tre mesi, davvero tantissimo e ho imparato molto, ho sperimentato, letto, visionato materiale. Ma sono fermamente convinta di NON aver fatto didattica. Ho fatto FORMAZIONE A DISTANZA, tuttalpiù buona formazione a distanza quando mi son venute fuori delle lezioni/proposte, idee coinvolgenti (coinvolgenti a mio unico parere, tra l’altro, perché di molti/e allievi/e non vedevo la faccia).

Gli allievi e le allieve che hanno lavorato in questi mesi è perché
1) avevano i mezzi per farlo
2) avevano la motivazione per farlo.

Questa è formazione a distanza, non didattica.

Cosa manca per fare didattica? Ad esempio la relazione. Io non faccio didattica senza relazione, nessuno la fa. Relazione didattica, non si dice così? Googlate queste due parole, mica mi sono inventata io che stanno a braccetto. Tutti i docenti si mettono in relazione e gestiscono questa relazione, consapevolmente o inconsapevolmente.

La *didattica/formazione* a distanza ha *funzionato* (grado si scientificità della tesi: zero) perché/se fra le parti si era già instaurata una relazione che si è tentato di mantenere. Che questa fosse di fiducia, di paura, di sottomissione, di mezzucci, di apertura, di finzione non importa, il fatto è che c’era già e si è mantenuta per inerzia.

Adesso mi/vi pongo alcune domande:
– le relazioni che si sono mantenute sono principalmente quelle docente-studente, studenti-studenti e genitori-genitori e queste si saranno evolute e magari anche consolidate. E le altre? Che ne è di docente-docente, docente-genitore, genitore-studente? E le relazioni con il resto del personale scolastico? Abbiamo vissuto vite separate.

– quale fantasma di didattica potremo proporre a classi di nuova formazione, in cui non si possono instaurare le relazioni suddette? E soprattutto, perché dovrebbero instaurarsi? Che senso ha “essere classe” in una prospettiva di formazione a distanza? Perché ragazze e ragazzi dovrebbero “sentirsi classe”? In fondo sono individui diversi che seguono un percorso formativo. Come all’università.

– quale ruolo ha una docente che, come me, ha buona esperienza didattica, tanto entusiasmo ma nessuna preparazione da formatrice o da comunicatrice? Beh, preparati, direte. Ma perché dovrei, quando in rete si trovano tanti contenuti eccellenti esposti da esperti/e che sono anche ottimi/e divulgatori/trici e comunicatori/trici? Che differenza posso fare io (generica docente) in questo campo?

Non so quantificarla, ma so la differenza che io (generica docente) posso fare in classe.
Io non voglio fare la formatrice, voglio fare la docente.
Non voglio fare la docente individuale, voglio fare la docente di classe.
Non voglio fare la docente-carabiniera, perché “si sa che i ragazzi a casa copiano tutto”. Un grandissimo “esticazzi”, proprio.

Non voglio nemmeno fare la mamma-docente, voglio fare la mamma e la docente e tenere ben separati i ruoli. E viverli entrambi, non dover chiedere un part-time per gestire le lezioni on-line dei miei figli.
E allora, bella gente, che si fa?

Qui ci stanno cucendo addosso una bella camicia di forza.

Ecco una prima riflessione sui quesiti sollevati da Anna:

L’apprendimento mediato da computer (e-learning) è una novità solo per noi. Per capirci: In Canada hanno cominciato a ragionarci più o meno quando io nascevo. E hanno continuato pure. Così già negli anni ’80 tenevano corsi a distanza.
Non a caso erano corsi per gli adulti, organizzati dai sindacati. Insomma, i canadesi pensavano che questa cosa fosse molto efficace per gli adulti lavoratori che non potevano assolutamente passare le mattinate a scuola, e in questo modo potevano riprendere a imparare e migliorare così le loro condizioni di vita. Lo pensavano perché era una cosa che avevano fatto già negli anni ’50 (senza i computer, con le scuole serali) e che aveva cambiato la vita di moltissimi di loro, tra cui il padre del mio ex capo canadese, che in questo modo aveva potuto ottenere un lavoro migliore di quello da camionista e così far studiare i suoi figli (il capo in questione è nato nel 1950 appunto).

Il medium cambia le regole del gioco, ossia delle relazioni, ma non cambia i punti estremi di questa relazione. Per capirsi: un pessimo didatta di persona, difficilmente diventerà un Freire o un Milani se mettiamo un computer nel mezzo. Alcune cose diventano più facili (non perdersi se si perde una lezione), alcune più difficili -ad esempio mantenere e curare la solidarietà di gruppo e far si che il processo d’apprendimento sia davvero solidale e collaborativo. Quindi il problema non sta nell’online o nell’offline (poi ci torno sopra, la mia idea è che l’ideale sia il blended), ma semmai nel collaborative (students’ centered) o classic (teacher centered).

Se si applica una didattica NON inclusiva, e centrata sull’insegnante (studente = vaso vuoto da riempire con la conoscenza del Dotto, attraverso lezione frontale + “conoscenza” da “verificare” via test a scelta multipla) il risultato è uno schifo abominevole.

Questo tipo di FAD arriva a essere peggio che di persona, perché molti insegnanti, perdendo il contatto visivo con i ragazzi diventano -se possibile- ancora più feroci e incapaci di empatia che dal vivo e finiscono per sognare software che “controllino l’attenzione dei ragazzi” (giuro che ci sono) per dare voti insufficienti in caso di caduta dell’interesse. Come se questa caduta non fosse anche colpa della pessima didattica e non solo della svogliatezza dello studente.

Io ho imparato il poco che so da formatori canadesi, entusiasti sostenitori dell’online collaborative learning. Per comprendere cosa sia ecco un breve video comparativo:

https://www.youtube.com/watch?v=uwvtfYa169k

Se si fanno le cose con questo approccio (collaborative learning) portandole online -> online collaborative learning succedono delle “magie”. Come per esempio:

1. lezioni online sostituite da brevi video di max 10 minuti
2. gli allievi arrivano su Meet/Jitsi/BBB avendo visto il video
3. costruiscono in maniera collaborativa i migliori passi per realizzare insieme il successivo webquest

cos’è un webquest?

https://it.wikipedia.org/wiki/WebQuest

Un’altra magia è che allievi che normalmente si “perderebbero” invece trovano la loro “velocità personalizzata” grazie al fatto che l’attività “sincrona” (su Google Meet / Jitsi / BBB) rappresenta solo il 25% dell’apprendimento e non più il 60% come nel presenziale.

A questo punto credo sia chiaro. La versione “blended” dell’online collaborative learning, è quella in cui gli orridi Google Meet sono sostituiti da VERE LEZIONI face 2 face, che possono rappresentare circa il 20/25% dell’attività didattica (quindi potrebbero essere 2 max 3 gg a settimana) e il resto si fa a distanza ma ASINCRONO, attraverso piattaforme come Edmodo, Google Classroom oppure Moodle.

Questa opzione, unita a una didattica inclusiva, potrebbe rappresentare un netto miglioramento rispetto alla didattica tradizionale.

Non piccolo problema: questo metodo di lavoro andrebbe anzitutto fatto proprio da una classe docente che procede in ordine sparso, sulla base della buona volontà e della passione di ciascuno.

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