Guerre puniche e tecnologia

ESPERTI IN CINQUE MINUTI

Recentemente il Ministro “Per la Transizione Ecologica” (qualunque cosa voglia dire questo titolo) si è improvvisato Grande Esperto di Scuola pronunciando le seguenti parole:

“Il problema è capire se continuiamo a fare tre, quattro volte le guerre puniche nel corso di dodici anni di scuola o se casomai le facciamo una volta sola ma cominciamo a impartire un tipo di formazione un po’ più avanzata, più moderna a cominciare dalle lingue, dal digitale.”

Roberto Cingolani

CULTURA TECNICA VS CULTURA UMANISTICA?

Personalmente parlo bene quattro lingue, bazzico il mondo dei computer (“il digitale”) fin dall’arrivo dei primi PC Commodore in Italia. Mi sono occupato per quasi un decennio di formazione all’uso delle nuove tecnologie, lavorando con allievi provenienti da quattro continenti.

Dico questo perché sia chiaro che ho una cultura di partenza sicuramente più “tecnica” che “umanistica”. Il mio ambito di competenza, quindi, è proprio quello che il Ministro sembra voler promuovere.

Con questo, non potrei essere maggiormente in disaccordo con le sue parole. Credo, anzi, che il Ministro abbia fatto fare una gran brutta figura a tutta la categoria dei laureati in Fisica, certo meglio rappresentata dal prof. Parisi che – al contrario suo – ha dimostrato in varie occasioni di essere intellettuale a tutto tondo, impermeabile alla vuota propaganda insita in termini come “digitale”, che in Italia vale a dire “fuffa”, e di pessima qualità.

Le motivazioni del mio disaccordo sono invece ben rappresentate da questa risposta del Dott. Roberto Luigi, medievista ed eccellenza italiana all’estero (anche se abbiamo ottimi esperti della sua disciplina nel nostro amato Piemonte):

Da medievista (e dunque umanista) guardo sempre con sospetto a queste affermazioni. È un argomento che mi sta a cuore, perciò vorrei discuterne un attimo. Ho avuto diverse discussioni con gente che sostiene che la scuola dovrebbe preparare a questa o quella cosa pratica, e di come aver studiato storia (o anche matematica) non sia servito a nulla. Approccio davvero ingenuo.

 

La scuola non è e non deve essere ridotta a un avviamento professionale dove lo Stato si sobbarca il prezzo di insegnare un mestiere per togliere alle imprese l’onere di istruire i nuovi assunti perché li si vuole già capaci e con esperienza così da massimizzare efficienza e profitti. L’idea che la scuola debba preparare alla vita viene distorta dall’idea perniciosa per cui “la vita” si riduca sostanzialmente al “mondo del lavoro”. Ma la vita non è solo lavoro e la scuola non è un centro di formazione professionale a gestione statale.

 

Per fare l’esempio islandese, qui gli apprendistati sono pagati. Se stai qualche giorno o settimana senza produrre nulla perché stai imparando, ti pagano lo stesso il salario pieno, perché stai investendo il tuo tempo per imparare qualcosa che va a vantaggio del tuo datore di lavoro. L’idea che questa fase di apprendimento debba essere scaricata sulle scuole la trovo soltanto un riflesso della cupidigia del mondo del lavoro attuale. E poi mi chiedo, varrebbe davvero la candela?

 

Io onestamente non ho studiato come usare Excel a scuola, ma ho imparato a farlo per lavoro. Non ho imparato un accidente delle cose pratiche che mi sono servite sul lavoro, a scuola. Le ho imparate sul lavoro come dovrebbe essere, e le ho imparate anche grazie al fatto che dopo anni di solida preparazione umanistica sono in grado di comprendere e interpretare istruzioni complesse nella mia lingua e anche in altre. A scuola ho imparato tante cose sul mio passato che mi permettono di interpretare meglio il funzionamento della nostra società, capire quali personaggi in televisione mentono sapendo di mentire, e soprattutto ho imparato il valore dell’essere umano, un valore che va molto al di là della sua mera capacità produttiva.

 

Trovo assurdo pensare che si possa essere così ingenui da credere che insegnare qualche abilità tecnica tralasciando una formazione teorica generale sia vantaggioso per le generazioni future. Il risultato sarebbe solo quello di educare ottusi calcolatori in grado di usare un programma che, una volta terminati gli studi, sarà ormai obsoleto e questi non avranno l’elasticità mentale per districarsi con quello nuovo.

 

Non solo, insistere così tanto sull’insegnare a fare cose pratiche e tecniche potrà anche essere vantaggiosissimo per chi ha interesse a sfornare generazioni di ingranaggi automatizzati pronti a lavorare come macchine senza interrogarsi su nulla, ma per un cittadino che vota è fondamentale conoscere la sua storia politica e del pensiero, per poter fare scelte informate e consapevoli e non cadere preda dell’imbonitore di turno. Questa consapevolezza la si acquista con gli studi umanistici, con la riflessione filosofica, storica e culturale, non certo imparando a usare applicazioni informatiche.

 

E uno dove va a farli gli studi umanistici? Se si può imparare a usare qualche nuovo programma sul posto di lavoro, difficilmente uno potrà recuperare i suoi buchi sulle guerre puniche dal suo ufficio. Ci sono fior fiore di personaggi “arrivati”, che hanno preso sotto gamba la scuola e hanno invece avuto successo nel mondo del lavoro i quali, arrivati ad un certo benessere, si rendo conto di quale handicap sia il non aver coltivato gli studi a suo tempo, così che si mettono a studiare la storia alla soglia dei cinquant’anni.

 

Mi capita spesso di sedere a cena con gente che nella vita si occupa di ingegneria, finanza, medicina e quant’altro. Indovinate di cosa parlano a tavola? Di storia, di cinema, di musica, di letteratura, di società…chiaramente l’esperienza umana ha bisogno di coltivare queste cose.

 

Il non vedere il grande valore sullo sviluppo della persona che è la conseguenza di studi umanistici significa non saper concepire altro per l’esperienza umana se non la produttività da catena di montaggio. Sicuramente ci sono persone alle quali non importa nulla della riflessione umanistica e sono ben felici di produrre e far soldi da spendere come meglio credono, ma trovo sia aberrante il voler costringere intere generazioni dentro esperienze di questo tipo.

 

Roberto Luigi

 

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