Dialogo immaginario sul DL. 30

Trovato in rete lo ripubblico per assicurarmi non vada perso:

DL. 36 FOR DUMMIES OVVERO DIALOGO IMMAGINARIO TRA UN DOCENTE E IL SUO DATORE DI LAVORO

D – ehi rappresentante delle Istituzioni, Stato, Ministro, Governo… insomma come ti devo chiamare ?…

M – Capo. Il tuo datore di lavoro sarebbe lo Stato, la cui sovranità – sulla carta – appartiene al popolo, ma in realtà sono Io che amministro il tutto e contemporaneamente faccio da controparte, da garante dei tuoi diritti e di quelli dell’Istituzione da cui dipendi. Insomma decido io sul tuo lavoro per decreto come più mi aggrada, quindi per farla breve puoi chiamarmi direttamente “Capo”. Oltretutto lo preferisco.

D – ok, capo. Parliamo di questo decreto sulla formazione incent…
M – con la maiuscola, grazie
D – … ???
M – Capo con la maiuscola: ci tengo
D – ah! Si sentiva la minuscola ? Scusa, è che mi devo ancora abituare… dunque dicevo:
mi spieghi meglio questa storia della formazione incentivata per i docenti ?
M – È semplicissimo: ai docenti che seguiranno dei corsi di formazione io darò un aumento di stipendio. Una tantum.
D – Ma se è “una tantum “ non si tratta di un aumento, quanto piuttosto di un “premio di produzione”
M – Se preferisci chiamarlo così…
D – dunque, vediamo se ho capito: io seguo dei corsi di formazione in servizio…
M – Non proprio in servizio: te li fai nel tempo libero, a tue spese. Altrimenti perché dovrei darti un premio ? Ci sarà anche la formazione obbligatoria, che farai in orario di lavoro, ma quella te la metto nel contratto, non facciamo confusione.
D – Ah. Quindi diciamo che io a mie spese e nel mio tempo libero faccio dei corsi…
M – Attenzione! non dei corsi qualsiasi: devono essere su temi per me utili; sui quali mi serve che tu ti aggiorni. Mica mi metto a premiare un docente di latino che a tempo perso si va fare un corso di chitarra, no ?
D – Sembra ragionevole, ma chi decide quali sono itemi e gli argomenti “utili” e quali no ?
M – L’apposito Istituto per la formazione dei docenti , da me costituito e retribuito.
D – (tra sé) mi ricorda qualcosa… (ad alta voce) Quindi: io docente, scelgo tra gli argomenti e icorsi che vengono approvati dal ministrero della verit… hem… dall’apposito Istituto e ne faccio alcuni…
M – e fai anche gli esami relativi che certifichino che quei corsi li hai seguiti con profitto
D – pure gli esami ?
M- certo: mica ti premio per la semplice frequenza, che ne so che non dormi invece di seguire ?
D – va bene. Ricapitolando: C’è un apposito ente che crea una lista di corsi di aggiornamento reputati “utili”. Io docente mi iscrivo a mie spese ad alcuni di questi, li seguo nel mio tempo libero e faccio gli esami…
M – per tre anni
D – tre anni ?
M – almeno tre anni.
D – Ok . Mi iscrivo a mie spese ad alcuni di questi, li seguo nel mio tempo libero e faccio gli esami; il tutto per tre anni. E dopo tre anni tu mi dai un premio di produzione ?
M – Quasi. Devi anche mettere a frutto quanto hai appreso : se non dimostri che aggiornandoti hai aumentato l’efficacia della tua didattica il premio non te lo do.
D – E come faccio a dimostrarlo?
M – Beh, intanto non ti puoi limitare a seguire icorsi; per avere il premio devi metetre in pratica quanto hai appreso direttamente durante il tuo lavoro nella scuola in cui insegni. Per almeno tre ore a settimana.
D – In orario di servizio ?
M – Sì, ma senza esonero dal servizio
D – Cioè ? Non capisco: che significa in orario di servizio senza esonero dal servizio ? Sono ore di lavoro, oppure no ?
M – Vedi c’è un principio base al quale non è possibile derogare: io non posso pagarti in più per il lavoro che già fa parte dei tuoi obblighi contrattualmente stabiliti. Altrimenti discriminerei tra persone che svolgono *lo stesso* lavoro. Quindi, per poter ricevere altri soldi, tu devi svolgere tutte le attività connesse in orario aggiuntivo all’orario di lavoro obbligatorio stabilito dal contratto.
D – ah! Sono ore di straordinario ! E potevi dirlo subito.
Però , scusa Capo se te lo faccio notare, da quanto ho appreso a forza di insegnare educazione civica, mi sembra di ricordare che c’è pure un’altro principio, che stabilisce che il lavoro va pagato. Anzi, se non vado errato, richiedere e perfino prestare lavoro a titolo gratuito mi sembra sia proprio vietato.
M – Infatti io avrei voluto scrivere nel decreto “tre ore settimanali da prestarsi a titolto gratuito” , che tutto sommato era più chiaro e anche più onesto. Invece ho dovuto inventarmi una formula che ottenesse lo stesso effetto, evitandomi però migliaia di citazioni davanti a tutti i giudici del lavoro d’Italia. In pratica c’è scritto che quelle ore aggiuntive possono essere pagate forfettariamente con isoldi del FIS . A invarianza di spesa.
D – Non sono sicuro di aver capito bene, sono pagate o no ? mi fai un esempio ?
M – Tu ti fai tre ore in più a settimana , nella contrattazione del tuo istituto si stabilirà che per questo ti daranno , che so, 40 euro l’anno, e contemporaneamente per qualche altro lavoro aggiuntivo che svolgi ti daranno 40 euro in meno. E siamo tutti contenti.
D – Insomma, contento non direi, ma almeno ho capito: per tre anni faccio icorsi che decidi tu, a spese mie e nel tempo libero, faccio gli esami, lavoro tre ore in più a settimana, gratis, e alla fine tu mi dai un bonus in denaro come premio per il mio impegno. Giusto ?
M – Se superi l’esame.
D – Ma non li avevo già fatti gli esami ?
M – C’è anche un esame finale. Per stabilire se c’è stato un effettivo miglioramento nella tua didattica. Ti sei scordato che devi dimostrarlo ?
D – Ah, sì in effetti mi ero un po’ distratto su questa storia del lavoro gratuito
M – (mugugna tra sé) con che razza di individui ancorati ad una visione novecentesca del lavoro, mi tocca avere a che fare…
D – e la faccenda della dimostrazione era rimastain sospeso. Quindi c’è un esame finale. Chi me lo fa ? E su cosa verte?
M – Il comitato di valutazione della tua scuola. E non è che sia proprio un esame in senso letterale. Voglio dire non è che ti interrogano. Tu presenti una domanda e tutta la documentazione necessaria. Poi il comitato di valutazione stilerà una graduatoria in base ai criteri stabiliti dall’ ente per la formazione…
D – …dei docenti. Di nuovo lui.
M – sì, lui è quello che stabilirà essere il giusto metro di giudizio per valutare la meritevolezza dei docenti.
D – “meritevolezza” ?
M – ogni tanto parlo un po’ così, non farci caso. Dicevo: verrà stilata una graduatoria e al 40% dei docenti che hanno seguito tutto il percorso e fatto domanda verrà dato il premio .
D – e agli altri ?
M – Niente. Però possono sempre riprovarci.
D – cioè, fammi capire bene: 6 docenti su 10, per tre anni si fanno il mazz… hem, si pagano dei corsi, fanno esami, lavorano ore in più, poi vengono giudicati non abbastanza metitevoli e non percepiscono niente ?
M – esatto.
D- e I 4 eccellenti in meritevolezza quanto prendono ?
M – Questo non lo so. E non mi interessa neppure, lo lascio stabilire ai sindacati. Così hanno qualcosa con cui tenersi occupati. Già ora hanno cominciato a mettere giù delle cifre, nei loro comunicati, 2.000 / 3.000 euro, mi sembra. Chiedi a loro.
D – Cioè scusa, tu hai pianificato tutto questo percorso ad ostacoli per elargire dei soldi ad alcuni e non sai neppure quanti soldi serviranno ?
M – Ma no, sciocchino! Quella è la prima cosa che ho stabilito: zero. Tutto avverrà ad invarianza di spesa, come tutte le migliori riforme della scuola. Ovviamente fatti salvi gli stipendi per l’ente della formazione dei docenti, che si prendono dai fondi del PNRR.
D – Ma come è possibile?
M – Basta prendere un po’ di soldi da una parte e spostarli da un’altra. Diminuisci un po’ I fondi che già spendi per la formazione, chessò la carta del docente, ifondi della Legge 440, e il gioco è fatto.
D – E se non bastano ?
M – Al solito: tagli gli organici.

D – Adesso mi è tutto più chiaro, grazie. Mancano ancora molti dettagli, ma il quadro d’insieme l’ho capito. Tranne una cosa, che proprio non riesco a spiegarmi: perché mai un docente dovrebbe sottoporsi volontariamente a tutto questo ?

Il ministro fa un ampissimo sorriso, poi, sotto gli occhi supefatti del docente, svanisce lentamente, cominciando dalla punta della penna per finire con il sogghigno che rimane ancora per qualche istante dopo che il resto non c’è già più.

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